Lo so, sono indietro, ma capitemi, l'università, la famiglia, i nani di gesso da lucidare e mio padre è rimasto chiuso nell'autolavaggio e inventatevi voi altre scuse random. Intanto gli spazi vuoti li lascio, altrochè.
spazio lasciato volutamente bianco, entro stasera lo riempio, non vi preoccupate. Intanto vi anticipo gli argomenti
E' passato il mandante della morte della donna. Mi ha dato il resto pattuito ed è sparito. Intanto oggi combatto contro uno dei miei soliti mal di testa, ed ho smesso con gli antidolorifici...
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Una piccola nota di vanità. E' poco, lo so, ma concedetemela. Nel numero 11 di
FaMe! c'è una storia sceneggiata da me e disegnata da un amico siciliano di vecchia data, Manuel Preitano. Un grazie alla redazione, a Manuel, e tanti saluti a casa e a tutti quelli che mi conoscono.
Ricordi sparsi
Luca era iscritto ad Economia e Commercio, e macinava esami uno dopo l'altro con una media perfetta. Gli parlai di Paola, di come sembrava tutta una favola anche dopo un anno che ci frequentavamo, lui mi diede una pacca sulla spalla e mi disse che ero davvero fortunato, e che se andavo avanti così, col culo che mi ritrovavo, voleva essere il mio manager per la mia futura professione di romanziere.
Esame di Letteratura Greca. Mi sedetti e l'assistente mi fece alcune domande facili. Risposi con sicurezza, mentre lui scuoteva la testa e diceva che no, non andava bene, cosa stavo dicendo? Mi disse che se sapevo rispondere ad un'ultima domanda, il diciotto era mio. Acconsentii, sputò la domanda, risposi, rincarò con un'altra domanda attinente ma contravvenendo al patto. Scossi la testa e mormorai un vaffanculo tra i denti, sperando che mi sentisse. Ma era curvo sullo statino, mentre scriveva "Respinto", ed io meditavo di ucciderlo. Ma no, non l'avrei mai ucciso. Sono sempre stato un bravo ragazzo.
Paola mi guardò negli e mi chiese quando ci saremmo potuti sposare. Ormai eravamo laureati entrambi, lei era praticante in uno studio legale ed io continuavo a proporre inutilmente i miei scritti alle case editrici.
Le promisi che appena un editore avrebbe accettato il mio libro, avremmo potuto coronare il nostro sogno. Lo scrittore e l'avvocato. Che bella fiaba.
(continua...)
Inutilmente buoni
Mentre stavo per uccidere quel bambino, mi è venuta in mente Paola. Non so perchè, ma non riesco a levarmela dalla testa... e so che sarà così fino a quando non avrò scritto di lei.
Quando ero ragazzo, molti dei miei amici le adoravano come Dee scese in terra. O mia signora, vuoi un caffè? Potrei offrirle una sigaretta? Le donne, io, le ho prese sempre come un bel gioco. Luca, invece, era uno di quelli della scuola di pensiero di sopra.
Preciso che non sono mai stato maschilista e non le ho mai trattate male. Semplicemente, non le ho mai trattate come se fossero il mio unico obiettivo per trovare la felicità. Io avevo la scrittura, in fondo.
Paola la conobbi durante il primo anno di università. Frequentava i corsi di Giurisprudenza, le piaceva la musica leggera e aveva occhi grigi e sempre lucidi.
(continua...)
Devo scappare? Di nuovo in fuga? Devo continuare? Non era questo che cercavo, quando ho ricominciato a scrivere?
Spero ancora di aver mandato giù troppi medicinali, e che perciò tutta la serata di ieri sia stata una semplice allucinazione. La casa era buia, e non era da ricchi. Non chiedo mai il perchè al mandante. Basta che paghi.
Comunque, niente ricchezza, niente guardie del corpo, niente casini ulteriori. Era nel salone, in fondo al corridoio, ne sentivo il profumo, mischiato a qualcos'altro di indefinibile. Un tanfo strano, mi entrava nello stomaco e mi faceva venire voglia di ingoiare un altro antidolorifico, anche se il dolore alla mano destra era ormai sopito.
Silenzioso, estrassi la pistola con la sinistra. Il televisore era acceso, sullo schermo passavano quelle immagini in computer grafica che fanno sognare i bambini d'oggi. Niente più cartoni animati veri. Non più. Mi venne improvvisamente voglia di sparare al televisore. Non avevo ancora capito.
Ero ormai vicino. E capii cos'era quel tanfo.
Odore di bambino. Aveva al massimo otto o nove anni. Era avvolto in una coperta ma i piedini spuntavano fuori, mentre era seduto di fianco alla sua mamma. Di fianco alla donna ritratta sulla foto che avevo in tasca. Di fianco alla donna che dovevo uccidere.
Dovevo prendere una decisione. Una volta non sarebbe stato poi così difficile, non mi sarei fatto scrupoli. Una volta avrei pensato solo al mio lavoro, ma ieri no: sono cambiate tante cose.
Pensai alla mano destra. Ai soldi avuti in anticipo. Agli antidolorifici presi. Pensai a Luca, a quando l'avevo ucciso prima ancora di rendermi conto di chi fosse. A mio padre che mi faceva i complimenti quando beccavo un fagiano al primo colpo. A tutti i miei scritti bruciati chissà dove e chissà quanto tempo fa. A Paola. Pensai a tutto tranne a che decisione prendere.
E allora, senza pensarci, sparai. Due volte.
Non si sono accorti di niente. Il primo proiettile era per il bambino. La donna ha avuto un sussulto ma, mentre stava per girarsi, si è trovata una pallottola in testa a sua volta. Mi sono avvicinato ai cadaveri, e mi sono soffermato su quello dell'innocente creatura. L'ho fissato per qualche secondo.
Poi l'ho afferrato e l'ho scaraventato per terra, prendendolo a calci, mentre quel pesciolino in 3D vomitava cazzate con la sua odiosa vocetta. Per un momento mi venne in mente il cattivo di "Chi ha incastrato Roger Rabbit?".
Le scarpe sporche di sangue.
Scioglietemi nella salamoia.
Non vedrai mai più una di queste cazzate, bimbo.
Scusa.
Sono scappato piangendo, senza preoccuparmi di essere silenzioso, di scivolare lento nell'ombra per ritornare a casa. Ho mandato giù un altro paio di pillole. Ma i dolori, ora, sono troppi.
I bambini di oggi non hanno i bei cartoni animati di un tempo. Pixar e Disney hanno creato un mercato che distrugge i nostri bei ricordi di disegni che si muovevano in quella misteriosa scatola.
Dovrebbero informarmi sulle condizioni familiari della vittima, sempre.
Sono distrutto per ciò che ho fatto. Vado a dormire, sperando di avere il coraggio di raccontare, domani.
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Riabilitati i commenti per tutti. Speriamo bene.
Ho mandato giù un altro paio di pillole. Sonnolenza e riflessi scarsi. Vado a morire e non ad uccidere, probabilmente, ma forse è meglio così. Forse è meglio finirla qui.
Gli antidolorifici fanno effetto, ma non mi fido delle mie mani. E non mi fido neppure dei miei riflessi messi a dura prova dai medicinali.
Guardo la foto. Mi sta succedendo qualcosa di strano. Questa ragazza mi fa pena.
Mi ha trovato. L'altra notte. Mi ha trovato.
Non importa se mi conoscesse già o se gli avevano solo parlato di me. E' solo importante che fosse un cliente. Non mi ha dato il tempo di parlare, di spiegare, mi ha dato solo una foto e l'anticipo. Non un recapito, non una singola parola utile. Devo uccidere, domani, una donna. Non uccido da nove mesi. So già cosa succede in questo ambiente, se non rispetto la parola (quale, poi?) data. Ammazzano me, e non con il mio metodo indolore, mi faranno soffrire. E sto già soffrendo troppo. Ho comprato degli antidolorifici. Forti. Spero bastino, e spero che almeno la mano sinistra, domani, non tremerà.
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Premessa: sono abbastanza girato di coglioni. Ora, mi fa piacere di aver creato un blog che viene invaso da spam, cazzo, vuol dire che attrae ma... no, dico, i coglioni mi girano lo stesso. Ora dovrò perdere mezz'ora per cancellare gli inutili commenti con rimandi a siti tipo "tette dure" e "cazzi 'gnudi", e intanto ho abilitato i commenti solo agli iscritti a splinder. Mi spiace per chi passerà da qui senza essere iscritto, ma spero che mi capirete. Naturalmente mi segno l' IP del tizio e mando una mail a chi di dovere, anche se so che sarà solo tempo perso... grazie mille, tizio, eh. (Ora stavo per cominciare con insulti pesanti, ma non ne vale la pena. Per oggi, tuttavia, m'è passata la voglia di scrivere.)
Mi ha trovato. Questa notte. Mi ha trovato.
Una cosa è certa: se scrivo, non penso al dolore. Ai dolori.
Durante una delle mie prime fughe scrissi una poesia. Questa.
La mia pistola
La mia penna era la pistola,
le mie parole erano i morti,
ogni vittima la mia scuola,
il sangue la mia rima.
Spari silenziosi.
Lacrime immaginate.
Cuori fermi.
Pura poesia.
Ero arrivato alle case dei ricchi, l'ultima volta. Quelle che non riuscivo a sopportare nella loro eccessiva sfarzosità. Quella della mia ultima vittima.
Osservavo, quel giorno, sapete? Cercavo di far mio ogni particolare, non vedevo l'ora di poter finire il lavoro e scrivere. Nell'osservare e nello scrivere, durante i giorni precedenti, non mi ero documentato bene sulla vittima. Un particolare insignificante mi era sfuggito. O meglio, sarebbe stato insignificante se non avessi avuto voglia di scappare, al più presto.
Era notte, e lui era su una poltrona. Avevo forzato la serratura in pochi minuti, con le loro porte blindate si sentono al sicuro. Con i loro mille telefoni. Con la loro faccia di merda sempre allegra grazie alla tanta cocaina che scorre nelle loro vene. La droga gli fa vedere il mondo accelerato, perciò credo sia morto in fretta.
Un secondo prima, la sua guardia del corpo si era accasciata in silenzio sul tappeto. Riposi la pistola e stavo per andarmene, stavo per fuggire verso la mia pagina bianca, quando ho sentito qualcosa nella mano destra. Mi girai d'istinto per tre quarti, non riuscendo a realizzare cosa fosse successo, quando sentii qualcos'altro sulla spalla. Oh, ma a quel punto riconobbi cos'era.
Due proiettili da nove millimetri, uno nella spalla e l'altro nella mano destra.
Estrassi la pistola con la sinistra e sparai tre colpi. Aveva due omoni o guardargli le spalle, quel figlio di troia. Ed io ne avevo ucciso solo uno. L'altro era probablimente andato a bere un caffè.
Sono un assassino con la mano destra inutilizzabile, ora. I vecchi clienti mi danno per morto, io scappo da una casa all'altra per evitare che mi trovino. Non so da chi, non so da cosa, ma scappo.
Guardo le falangi tremanti e non posso fare nient'altro che scrivere, ormai.
Anche se ho paura che mi causi altri dolori, come ha sempre fatto, ma non posso farne a meno.
Tornare. Non sapere per quanto tempo potrò rimanere, qui. O se dovrò mettermi di nuovo in fuga.
Vorrei soltanto spiegare. Vorrei soltanto raccontare. Vorrei soltanto raccontarmi. Vorrei soltanto tornare a scrivere.
E se fosse questo il problema? E se tutto ciò che mi è successo negli ultimi mesi è dovuto solo alla mia irrefrenabile voglia di tornare a riempire una pagina bianca?